Licenziamenti nelle piccole imprese: la Corte Costituzionale dichiara illegittimo il tetto risarcitorio di sei mensilità
Con la sentenza n. 118 del 2025, la Corte Costituzionale ha sancito l’illegittimità dell’articolo 9 del decreto legislativo 23/2015, nella parte in cui prevedeva un limite massimo pari a sei mensilità per l’indennizzo spettante ai lavoratori licenziati ingiustamente nelle imprese con meno di 16 dipendenti.
Secondo la Consulta, tale previsione non garantisce un risarcimento equo e personalizzato, violando i principi di adeguatezza, proporzionalità e funzione dissuasiva della sanzione, fondamentali per tutelare efficacemente il diritto del lavoro. La Corte ha anche messo in evidenza come la previsione di un massimale fisso impedisca al giudice di valutare correttamente la gravità del licenziamento e le sue conseguenze sul lavoratore, trasformando il ristoro economico in un meccanismo rigido e potenzialmente iniquo.
Il contesto normativo e la questione della soglia dimensionale
La normativa dichiarata incostituzionale si inseriva nel quadro del cosiddetto Jobs Act, entrato in vigore nel 2015. Esso stabiliva, per le micro e piccole imprese (definite come quelle con meno di 16 dipendenti per singola unità produttiva o meno di 60 complessivi a livello comunale), un trattamento differenziato in caso di licenziamento illegittimo: non la reintegrazione, ma soltanto un indennizzo economico, soggetto a un tetto massimo di sei mensilità.
La Corte ha sottolineato che il solo criterio numerico – ossia il numero di dipendenti – non può essere considerato indicatore attendibile della reale capacità economica dell’impresa, né della sostenibilità di un indennizzo pienamente risarcitorio. Ciò soprattutto in un sistema economico caratterizzato da una larga diffusione di microimprese, dove il numero di addetti non è sempre proporzionale alle risorse finanziarie effettivamente disponibili.
Un tema anche al centro del referendum abrogativo di giugno
La questione oggetto della sentenza era anche parte del secondo quesito referendario sottoposto al voto popolare l’8 e 9 giugno 2025, promosso da Cgil e altre forze sociali. Il quesito chiedeva l’eliminazione della norma che fissava il tetto risarcitorio per i licenziamenti ingiustificati nelle piccole imprese, lasciando al giudice la possibilità di valutare caso per caso.
Sebbene il referendum non abbia raggiunto il quorum, la pronuncia della Corte ha sostanzialmente accolto la medesima istanza, rafforzando le ragioni dei promotori. La Cgil ha stimato in circa 3,7 milioni i lavoratori coinvolti da questa disparità di trattamento, esprimendo soddisfazione per un pronunciamento che, di fatto, restituisce dignità e tutele a un’ampia platea di lavoratori.
Le reazioni: tra soddisfazione sindacale e timori delle imprese
La sentenza è stata accolta positivamente dai rappresentanti sindacali e dai giuristi del lavoro, che vi vedono un passo avanti verso un sistema di tutele più uniforme e giusto, anche per chi è impiegato in realtà produttive di piccole dimensioni.
Di segno opposto il commento delle associazioni datoriali, come Unimpresa, secondo cui la decisione potrebbe comportare nuovi oneri finanziari insostenibili per molte microimprese. Queste ultime, in caso di controversia, potrebbero trovarsi a dover corrispondere risarcimenti compresi tra 12 e 18 mensilità, pari anche a 30–40mila euro per singolo lavoratore, con il rischio concreto – secondo l’associazione – di dover ricorrere a indebitamenti, riduzione degli investimenti, o addirittura alla chiusura dell’attività.
Va ricordato che in Italia operano circa 4,1 milioni di microimprese, che rappresentano quasi il 95% del totale delle imprese attive e danno lavoro a circa 7,7 milioni di persone, ovvero quasi la metà della forza lavoro del settore privato.
L’invito della Corte al legislatore
Nel dispositivo della sentenza, la Corte Costituzionale ha rivolto un chiaro invito al legislatore affinché intervenga con urgenza per riformare l’intero sistema sanzionatorio relativo ai licenziamenti illegittimi nelle PMI. La Consulta ha suggerito di introdurre criteri più articolati e realistici, capaci di tenere conto non solo del numero dei dipendenti, ma anche di altri elementi rappresentativi della capacità economico-finanziaria dell’impresa, in linea con quanto già previsto in altri ambiti normativi, come quello delle crisi aziendali o degli aiuti di Stato.
Conclusione
La sentenza n. 118/2025 rappresenta un passaggio fondamentale nel cammino verso una maggiore equità nei rapporti di lavoro, andando a colmare una disparità che per anni ha penalizzato milioni di lavoratori impiegati in piccole realtà. Pur sollevando legittime preoccupazioni nel mondo imprenditoriale, la pronuncia costituisce un segnale forte per il legislatore, chiamato ora a individuare un nuovo equilibrio tra tutele occupazionali e sostenibilità economica.

