Prescrizione dei crediti di lavoro: un emendamento al decreto ex Ilva riduce le tutele dei lavoratori
Un emendamento al decreto ex Ilva, attualmente all’esame del Senato per la conversione in legge, introduce una modifica rilevante in materia di diritto del lavoro: la prescrizione dei crediti retributivi – quali retribuzioni arretrate, straordinari non corrisposti e mensilità aggiuntive – inizierà a decorrere anche durante il rapporto di lavoro in corso. Si tratta di un intervento normativo che rischia di compromettere in modo significativo le garanzie finora riconosciute ai lavoratori subordinati.
Le novità normative e le conseguenze operative
In base alla normativa vigente, come interpretata da consolidata giurisprudenza, il termine di prescrizione quinquennale per l’esercizio dei diritti retributivi decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro, così da evitare che il lavoratore subisca ritorsioni o pressioni qualora intenda agire contro il datore durante la vigenza del contratto.
L’emendamento in questione – presentato dal senatore Salvo Pogliese (Fratelli d’Italia) – modifica radicalmente questo assetto: la prescrizione inizierà a decorrere anche in costanza del rapporto, esponendo il lavoratore al rischio di vedere estinti i propri diritti per decorso del tempo, qualora non agisca tempestivamente.
Effetti concreti: un arretramento delle tutele
Questa modifica ha effetti potenzialmente molto gravosi per i dipendenti. Numerosi lavoratori, per timore di ritorsioni o per la speranza di una risoluzione informale delle controversie, rinunciano ad attivare tempestivamente le vie legali. Con la nuova norma, tuttavia, il decorso del termine quinquennale inizia immediatamente, anche in assenza di cessazione del rapporto, rendendo inefficace ogni azione successiva allo spirare del termine.
Inoltre, l’eventuale interruzione della prescrizione mediante diffida al datore di lavoro comporta l’ulteriore obbligo, per il lavoratore, di proporre ricorso giudiziale entro 180 giorni, pena la decadenza. Si riduce, così, in modo significativo il margine di azione, specie per chi versa in condizioni di vulnerabilità economica o sociale.
L’abrogazione implicita di una sentenza fondamentale
L’emendamento in oggetto neutralizza di fatto gli effetti della sentenza della Corte di Cassazione n. 26246/2022, che aveva stabilito la sospensione della prescrizione durante il rapporto per quei lavoratori privi di effettiva tutela contro il licenziamento illegittimo – vale a dire la maggior parte di essi, dopo l’introduzione del Jobs Act nel 2015. Tale modifica legislativa rischia, pertanto, di svuotare di contenuto il principio costituzionale della giusta retribuzione, sancito dall’art. 36 della Costituzione.
Interventi anche sulla valutazione della retribuzione “congrua”
L’emendamento incide, inoltre, sul potere del giudice di intervenire nei casi di retribuzione inadeguata. In base alla nuova formulazione, l’autorità giudiziaria potrà modificare la retribuzione solo in caso di “grave inadeguatezza” rispetto ai parametri del contratto collettivo applicato, tenendo conto del costo della vita e della produttività. In altre parole, se l’azienda applica formalmente un CCNL, anche in presenza di trattamenti economici modesti, il lavoratore potrà far valere il proprio diritto solo attraverso un’azione specifica e tempestiva – ipotesi poco probabile in costanza di rapporto.
Le reazioni delle organizzazioni sindacali
Le principali sigle sindacali hanno manifestato forte preoccupazione per l’impatto della norma. La CGIL ha parlato di “un colpo durissimo alla possibilità dei lavoratori di far valere i propri diritti”, mentre la CUB ha denunciato il rischio del ritorno delle “gabbie salariali”, con una pericolosa frammentazione territoriale dei trattamenti economici e un possibile aumento del dumping contrattuale.
Considerazioni finali
In nome della “certezza del diritto”, si rischia di introdurre una disciplina che comporta un significativo arretramento delle tutele garantite ai lavoratori dipendenti. La norma, passata finora sotto silenzio e priva di un reale confronto pubblico o parlamentare, rischia di incidere in modo strutturale sull’equilibrio tra le parti nel rapporto di lavoro, impedendo – nei fatti – l’accesso alla giustizia per molti lavoratori. E, contrariamente al passato, la giurisprudenza non potrà più intervenire per colmare tale lacuna.

