Il conferimento del trattamento di fine rapporto ai fondi pensione o al Fondo di tesoreria gestito dall’INPS rappresenta da anni uno dei passaggi più rilevanti nella gestione del costo del lavoro per le imprese. La scelta – o in alcuni casi l’obbligo – di non trattenere il TFR in azienda comporta infatti un effetto immediato sulla liquidità, privando il datore di lavoro di una forma di autofinanziamento tradizionalmente utilizzata.
Proprio per compensare questo impatto, il legislatore ha previsto una serie articolata di misure agevolative, che continuano a trovare applicazione anche alla luce delle novità introdotte dalla Legge n. 199/2025 e delle imminenti scadenze operative previste per il 2026.
Il meccanismo di base resta invariato: il TFR maturando dei lavoratori subordinati può essere destinato, su scelta del dipendente o per effetto delle dimensioni aziendali, a forme di previdenza complementare oppure al Fondo di tesoreria INPS. In particolare, per le imprese con almeno 50 addetti scatta l’obbligo di versamento al Fondo INPS per le quote di TFR non destinate ai fondi pensione.
È proprio in questi casi che si attivano le misure compensative, pensate per attenuare la perdita di liquidità. La principale consiste nell’esonero dal versamento del contributo al fondo di garanzia TFR, pari allo 0,20% della retribuzione imponibile. A questo si aggiunge un ulteriore esonero contributivo, variabile in funzione della dimensione aziendale, che può arrivare fino allo 0,28%. Si tratta di una riduzione strutturale del costo contributivo che, nel tempo, contribuisce a riequilibrare l’uscita finanziaria legata al TFR non trattenuto.
Un’altra leva compensativa è rappresentata dalla deducibilità fiscale. Le imprese possono dedurre dal reddito d’impresa un importo pari al 4% delle quote di TFR conferite a forme pensionistiche complementari o al Fondo di tesoreria, percentuale che sale al 6% per le aziende con meno di 50 dipendenti. Questo incentivo assume particolare rilievo per le PMI, che subiscono maggiormente l’impatto della perdita di liquidità.
Accanto a queste misure, resta centrale anche il meccanismo di accesso al credito agevolato, storicamente previsto per sostenere le imprese nella gestione dei flussi finanziari legati al TFR. Sebbene nel tempo abbia perso parte della sua rilevanza operativa, continua a rappresentare uno strumento potenziale soprattutto in contesti di tensione finanziaria.
Le novità introdotte dalla legge di Bilancio 2026 non stravolgono l’impianto, ma rafforzano l’attenzione sugli adempimenti e sui profili dimensionali delle imprese. In questo contesto assume particolare importanza la scadenza del 31 marzo 2026, entro la quale le aziende sono chiamate a comunicare il superamento della soglia dei 50 dipendenti. Si tratta di un passaggio formale ma decisivo, perché da esso deriva l’obbligo di versamento del TFR al Fondo di tesoreria INPS e, di conseguenza, l’accesso alle relative misure compensative.
Il quadro che emerge è quello di un sistema che cerca di bilanciare due esigenze contrapposte: da un lato, favorire lo sviluppo della previdenza complementare e garantire una gestione centralizzata del TFR per le imprese di maggiori dimensioni; dall’altro, evitare che questo obbligo si traduca in un aggravio eccessivo per i datori di lavoro.
Per le aziende, soprattutto in una fase di evoluzione normativa come quella attuale, diventa quindi fondamentale non solo rispettare gli adempimenti formali, ma anche valutare attentamente l’impatto economico delle diverse opzioni e sfruttare pienamente le misure compensative disponibili. In molti casi, infatti, una gestione consapevole di questi strumenti può trasformare un obbligo in un elemento di ottimizzazione del costo del lavoro.

